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Le
porte battenti nella scrittura poetica di Leonardo Garet
Por Gerardo Ciancio
“Trovare l’uscita:
il poema”, Octavio Paz
Oncelì Barreda de Armani, traduzione
Percorrendo un sentiero in solitario,nei
bordi del canone letterario nei margini della territorialità estetica
e geografica,negli spazi di incertezza che le parole distillano,Leonardo
Garet ha costruito un’opera poetica contundente e singolare,installata
tra la passione scritturale e la sua diffidata relazione con i sensi ultimi
del linguaggio.Una lunga traiettoria di “basso profilo” come
ha scritto Ricardo Pallares, supera appena i trent’anni da quell’incipiente
Pentalogia (1972),libro nel quale,alcuni versi come il dittico che trascrivo,augurano
un poeta che si distinguerà della sua promozione:
“La nozione di un cavallo
attraversò un bosco di corsa...”
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Una forte convinzione anima la produzione
garetiana:”Il poema avviene davanti ai nostri occhi”.Il poema
è, perciò,materialità significante presente,che opera
alla vista del lettore,in presentia,avviene in atto di recezione.Il poema
diviene in esperienza estetica.
Sorge in un qui e in un adesso categorici,come
lo propone il seguente enunciato versale che formula il poeta:
| “Un poema che si svanisca/ dopo
la lettura” |
Leonardo Garet ha fatto della parola poetica
la sua professione,il suo destino e il suo orizzonte.Di questo la critica
letteraria se ne ha accorto negli ultimi anni, e di questo si sta rendendo
conto.Perchè la carriera (fanno carriera i poeti?) del poeta fu,
oltre che solitaria,silenziosa e senza concessioni.
Ha scelto rimanere qui,nel “ Salto
Oriental”(scelta che storicamente non hanno fatto gli altri grandi
scrittori “salteños”),ha continuato a promuovere la
storia,l’edizione e la critica letteraria di questa regione del
nord(basta nominare i suoi minuziosi lavori sulle letterature di Salto
e di Artigas),scese,di rado,a Montevideo per raccogliere libri,premi e
lettori.La vita di Garet(la sua vita come uomo di lettere),vita di ricerca
ed esperimentazione,di prova e contrastazione ,di riunire dei materiali
ispirati che arriveranno al suo tempo alla pagina,potrebbe sintetizzarsi
negli ultimi versi di “Inventario”,il poema che chiude Uscita
di pagina:
| “E
una vita
la nostra
cercando le cose vestite di parole
cercando le parole simili a cose” |
Nel 1991 confessava il poeta:”i
miei libri di poesia hanno avuto una divulgazione quasi segreta”.
In questo consiste il rituale :la poesia
circola di mano in mano,di bocca in bocca,di schermo in schermo,segretamente,per
caso.Non è un discorso di multitudine,nè di tribuna.Oggi,dodici
anni dopo,credo che per arrivare alla visibilità di cui gode adesso
la sua produzione poetica non gli bastò con la pubblicazione di
Parole su parole(1991).Perchè in realtà il libro di poemi
è un oggetto estràneo, scorrevole,nascosto(addirittura nelle
biblioteche e librerie),questo forse le dia maggior mistero e autorità
alla poesia in questa società di iperconsumismo che da valore alla
banalità e al luogo comune.Il poeta postmoderno,anche desacralizzato
è più umano che mai,non lascia di essere quel borderline
che “rompe i bicchieri e scopa con pupazzi per terra”, parafrasando”Macchina
infernale”quel strano testo garetiano del 1977;il poeta diviene
in quel soggetto sfacciato che confessa dal suo verso:
“Ho vissuto aprendo la bocca
del poema/ riempiendola di parole” (Ottobre,1994)
o in colui che (l’altro,lo
stesso) dilucida la ricetta e constata l’insuccesso:
“Puoi scrivere amore amore
in un foglio
e lasciar l’indicazione perchè
facciano fotocopia tutto il giorno...”(Canti e disincanti,
2000) |
Il poeta si rafferma in un luogo,anche
enuncia da un sito delimitato e temporale,quando assume la sua inserzione
in un’ ancestrale tradizione,in un rito che è un canto e
un disincanto,e testualiza il suo mandato categorico(non esente di una
raffinata ironia che arricchisce la lettura).
| “È necessario
scrivere nei muri
recitare nelle piazze
e disegnare nelle pelli
teste di cinghiali”(Uscita
di Pagina,2001)
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Da qui in poi Leonardo Garet ha continuato
fedele al mandato della sua vocazione,richiedendo al verso,inquisendo
alla parola, smarrendosi tra le trappole del linguaggio:
“prendere il cammino più
lungo
e perderti
sopprattutto perderti
fino a trovare il tuo idioma”(Ottobre,1994) |
Non ne ho dubbi che è in questo
libro ,polifasetico e contenente,forse,di vari poemari affini,dove la
lirica garetiana si ridimensiona da due prospettive diverse e complementarie:da
una parte approfondisce nella tematizzazione del linguaggio come piega
materiale nella quale il poeta deve realizzare le sue incisioni;continua
riflettendo in torno alla topica del tempo( inserto nella tradizione definire
la serie Manrique-Quevedo-Borges);testualiza il corpo come sopporto dell’umano
e veicolo di emozioni e dolori.In secondo luogo,si fa più ampia
la cassa di risonanza della sua poesia:lettori,critici e riconoscimenti
editoriali e istituzionali sbarcano nelle rive dei suoi versi.Incluso,è
in Ottobre dove appaiono i primi indizi della poetica Uscita di pagina
:la frattura di quella tensione tra il fuori-dentro,la concezione dello
spazio virtuale del foglio come una zona straboccante,c’è
embrionariamente esplicita nella serie “Scatola di lettere”
del libro pubblicato per Edizioni della Banda Oriental:
“...ed è nient’altro
che una pagina
di angoli diagonali righe
e un bianco di cielo uraganado
che si allunga per trovarti
di sorpresa
quando volevi uscire
con parole dominanti” |
Un progetto estetico che postula un corsi
e ricorsi,un flusso di entrata e uscita complesso,a modo di porte battenti
che autorizzano l’accesso nel viavai di ambedue direzioni,la scrittura
di Garet abita e sorpassa la tradizione poetica,si alimenta ed evita i
supposti del genere.
In Uscita di pagina 3” ci informa
il poeta,in questa stessa linea di pensiero ,circa dei rischi del disciplinamento
che la pagina rinchiude,della stabile inestabilità dei segni del
linguaggio armato nel poema,della fuga dei sensi verso lo spazio oltre-foglio,lo
spazio della lettura:
| “Gli orli sbordati
e le parole verticali
e le sciolte
mischiate
con maschere ribelli
sono l’orso addomesticato
della pagina”
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E nella sezione “Vela d’arme”
conferma dalla retorica della comparazione questa nuova prospettiva del
fatto estetico che Garet appiana e frequenta senza dimenticare che la
poesia circola verso quell’ uscita della sua matrice,carica di un
senso espressivo-comunicazionale:
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“come un uccello perso
le passi i tuoi occhi
una e un’altra volta
perchè la parola
si alzi della pagina
eretta
e compia il suo incarico”
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Ugualmente, Leonardo Garet ha propiziato
dalla sua propria opera poetica una scrittura portatrice di un potere
di frattura ,o perlomeno di una forte sfumatura: le frontiere dei generi
letterari svaniscono in molti dei suoi lavori.Nello stesso tempo ,i precetti
generici discutono all’interna del suo discorso una nuova legalità.Penso
in libri come Anabàkoros(1999),Le foglie spalancate (1998) e 80
notti e un sogno (2003).Testi disposti nella matrice convenzionale della
prosa ,brevi,filati per una discorsività e un’atmosfera lirica
comuni,le opere che compongono questi libri levano la marca dei suoi alvei
generici originali,promuovono la sua propria “uscita di genere”.Gesto
di trasgressione deliberatamente,artifici verbali che sfidano le teorie
della letteratura,promosso dal suo raffinato senso dell’umore,per
voglia “linaceriana” *di fare quello che la sua coscienza
estetica gli detta o propone,è certo che Garet invia acqua verso
il suo mulino latterario che Storie di Washington Benavides,o Regina Amelia
di Marosa de Giorgio o lo stesso Curce di Fernando Loustauneau.
Nel libro pubblicato da Linardi e Risso
Garet ci mette su avviso dalle sue prime parole rispetto a questa “evasiva
frontiera dei generi letterari”,quando in realtà sarebbe
una “eludibile frontiera”,cosa che lui sa fare bene.Questa
frattura lùdico-onorica che copre con un velo di significazione(anche
evasiva)tutta l’intelaiatura del testo configurata per ottanta brevi
opere,si alimenta dei suoi propri incubi e sogni, degli archetipi jungiani
(schiva allo scandalosamente pretensioso Sigmund Freud,così lo
definisce il poeta ),dei miti e sogni che dal tempo di Zeus godiamo e
patiamo.Incluso l’aneddotico in chiave onirica accudisce al libro
come si può leggere nel testo :
“Pallares scoprì l’Albero
della Vita e gli scattò una foto.Io nella stessa foto vedo Pallares
arrampicato sull’albero e classificando le foglie per fare dopo
un commento.Lo scriverà quando abbia la carta che si farà
con la foglia verde che ha in mano e rideremo insieme perchè gìa
abbiamo l’albero della vita “
Svolgerebbe un’operzione ermeneutica
più complessa sapere che nella copertina del libro Narratori e
poeti contemporanei (200) di Ricardo Pallares c’è una foto
scattata per il proprio saggista nel Valle del fiume Santa Lucia nel “Rincón
della Bolsa del dipartamento di San Josè” lo chiamò
“Albero della Vita”,il capitoloVII di questo libro di lavori
critici include due esegesi su Anabàkoros e Le foglie spalancate,rispettivamente,di
Leonardo Garet. Tutte e due,inscriti in una gestualità di rottura
,come abbiamo visto.
A metà del secolo XX,in un poema
del libro Il figlio tenero (1951)di Julio Garet Mas,un entusiasta padre
cinquantenne scriveva nella sua “allegra casa” di Salto:
“Gloria.Già
il bambino
unisce parole.
Quanto,figlio tenero,
quanto hai di amarle!,
poi in gran parte
la felicità
emana
dei suoi suoni
e risonanze” |
Nell’albeggiare del XXI(dopo di
aver scritto uno dei libri di poesia più importante che si pubblicarono
nel nostro paese nello svegliare del nuovo secolo) il figlio cinquantenne
gioca,uscito di pagina,circondato delle”parole con maniglie verso
su / e altre con un buco per guardare dentro”.Leonardo Garet ha
fatto delle parole di suo padre, una profezia.
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*Si referisce alla stessa voglia di scrittura
di Eladio Linacero,un personaggio del racconto Il pozzo di J.C. Onetti
ed anche una parola “creata” dal critico.
Oncelì Barreda de Armani,
traduzione
LEONARDO
GARET
USCITA
DI PAGINA
Bilingüe:
italiano-español
Traduzione:
Oncelí
Barreda de Armani
1
Saranno latrati
o convocatorie
mi alzo passo a passo
con la memoria della casa nei piedi misurando
per non cadere
in denti o lode
La notte è piena
sempre è troppo quello che manca
Ci sono luci di altri giorni
che illuminano
nell’oggi gli specchi
ci
confondono
E c’è un filo
che vuole tagliarmi a metà
e lasciarmi da
questa parte
abbandonato
e secco
il corpo
2
Nè cervo nè tigre nè foto di bosco.
mi danno il paesaggio selvaggio
dei tuoi occhi
Che divagazione
se neanche un gnomo
ti nomina
Sei persa
Fuori di montagna e di lago
sei sporca di strade
e
di ore estranee
Ti resta cercare
il rifugio feroce delle mie braccia
con spine
Per i porti del mondo
nascono
vegetazioni di ferro
Ti resta la pietà delle cose
domestiche
e ravvivare il fuoco che consume il mio corpo.
3
Non è che muoia quando vedo funerali
la morte passa e si alza
verticale
la mia vita
ma nessuna occupazione mi fa uscire
di questo corteo
vado calciando per strada una palla
quando non sapevo
che mi seguivano funerali
e ho quattro anni
ed anche cinquanta
e un giorno
che non posso pensare.
Uscita
di pagina
Un poema
con il peso di un oggetto di quelli che si rompono
ma che si tornano necessari
un poema amuleto
per iniziare l’ascenso delle ore
un
poema
che possa toccare con gli occhi
che possa ascoltare con la pelle
un
poema
che racconte la storia degli animali
un poema che si legga
e si senta come una mano
|
Segnali
Le
navi
Ogni tanto tempo
battono i moli
Non basta la prudenza l’abitudine
l’ordine delle cose
loro vengono così
fidati come cuccioli
o innamorati
e mettono tutta la ampiezza del
mare
a battersi la testa contro i legni
deve essere
perchè io festeggi il mio compleanno
al ritorno di un viaggio senza rive
deve essere
che il legno scheggiato
segna il mio giorno
per tornarlo a trovare.
Proposito
Un’altra volta verso sù
verso l’acqua
a toccare prima il corpo
quando
è purezza
e gioia
un’altra volta allacciando il pacco
dei miei giorni tristi
per lasciarlo in un posto
dove non mi incontro
un’altra volta
delle parole poche
di quelle che vanno dando
l’impulso completo
della gioia.
Entrata
in pagina
Il mondo comincia a fermarsi
nel bicchiere avvelenato della principessa
il bambino scuda i suoi occhi
e parte
verso quando potè negarsi alla fiaba
gli alberi mossero i suoi rami
indicando che qualcosa c’era
dentro del silenzio
tutto fu una caduta di anni
fino chinare la testa
sopra la fiaba avvelenata
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Oncelì
Barreda de Armani, Salto (1951). Docente uruguaya e italiana (con título
homologado). Postgrado en F.de Humanidades y C. de la Educación
en enseñanza-aprendizaje de Italiano como lengua extranjera. Algunas
traducciones realizadas: Libro bilingüe de Memorias de piloto ex
combatiente 2ª guerra mundial. Protocolo de Kyoto. Proyecto Olivo.
Simultáneas para organismos oficiales con empresarios italianos.
Para estudios Rauschert. Artículos del Corriere della Sera. Incisoria
Luca Armani. |
La
Poesia di Leonardo Garet
Osvaldo Pol
La poesia di LG è in un momento
di speciale capacità di manifestazione.Già in "USCITA
DI PAGINA"(poemario perfetto,e nella piena possessione di tutte le
risorse)ci aveva sorpreso con momenti luminosi:"Un poema/con el peso
di un oggetto di quelli che si rompono/ma che si tornano necessari..."
;"Il mondo vuole entrare in un verso/e il verso uscirsene di sè
stesso...";"Un poema che si svanisca /dopo la lettura/schiuma
traboccante dell'amore/un volo appena..." Adesso,in "Vela d'Arme"(Alción,Córdoba,Argentina,2003)
dal primo verso del primo poema("è tutto chiaro/come il passamano/
di una scala/ nel buio..." tutto arriva a installarsi in quel registro
dove la Poesia svela e allo stesso tempo copre quel livello dell'ineffabile
della vita e la esperienza che invoca per manifestarsi e soltanto riesce
quando un vero poeta nello zenit della sua capacità assume la sua
missione rilevante."Non posso avere il silenzio in mano...///il mio
corpo cresce e muta di pelle/picchia da una parte e dall'altra / e duole/
si sostiene contro cose/che già non ci sono/e contro altre cose
che non si sa/come saranno."VELA D'ARME è pieno di quelle
piccole gioie che giustificano non solo un libro di poemi ma tutta una
poetica.Una poetica che LG ha costruito negli ultimi anni e ci ha convertito
per sempre in fedeli lettori bisognosi delle sue chiavi.
LG tratta molti registri letterari:esimio
narratore,critico acuto,poeta essenziale.
Inoltre,suole creare il suo proprio genere
di espressione che non è una mischia degli anteriori ma un ambito
dove quello che si dice e come si dice(colmata e perfetta unità
originaria) lo mostra come un autore di disabituata presenza.Qualcosa
in lui mi ritorna a Italo Calvino,come uno di quelli scrittori a cui si
ritorna sempre, perchè è sempre presente e ci dice quello
che in ogni momento della vita uno cerca di dirci a se stesso bisognoso
della assistenza di un testo ispiratore.Mi riferisco alle pagine garetiane
di "LE FOGLIE SPALANCATE o ANABÀKOROS,dove tutto distilla
saggeza delle cose semplici,una poesia quotidiana,una chiave dove lo sguardo
si ferma nelle cose e le verità ovvie per sorgere di lì
con la strana capacità di nutrirci l'anima....
Torna in questi giorni a cercare quel registro
in un libro affettuoso che gli ringraziaremo sempre:80 NOTTI E UN SOGNO.
Prose ma piene di musicalità,poemi
ma senza disprezzare la riflessione, minuscoli racconti senza inizio nè
finale ,con la bussola che orienta il cammino all'azzardo e si riscoprono
sentimenti che sono stati lasciati da parte.80 NOTTI E UN SOGNO si legge
con un grato sorriso tra le labbra sentendo che tutte le nostre antene
tornano a funzionarci a pieno.
Córdoba, 2004
Nel mezzo del cammino
Arriva un momento in cui i sogni sono il centro della vita. E chiedono il suo spazio.L’uomo cominciò a sentire che il suo corpo rimaneva piccolo da contenere quello che lui aveva costruito pezzo per pezzo e che sempre lo aspettava come lui lo lasciava. Forse il suo sogno era capace di sostenersi da solo.
Quel giorno, prima di scostare le lenzuola ha sentito che avrebbe successo se stendava la mano per toccare quel mondo elaborato da notte in notte.I muraglioni, i cerchi di pietre, erano tanto vicini ad un tocco del suo desiderio, tanto completi che sembrava che con un piccolo sforzo riuscirebbe a toglierli dalla sua testa e portarli ad un campo vicino Firenze. La realtà, invece, era di essenza completamente diversa, piena d’imprevisti,di forme senza senso, d’ ignoranti epicurei che corrompevano il potere.
È rimasto senza alzarsi, con gli occhi fissi nelle macchie di umidità sul soffitto. Portò la mano sulla testa del cane che doveva essere -com’ era- nella sua posizione abituale accanto il letto. La casa rimaneva ferma nei toni grigi estesi tra sedie, tappeti, ritratti, tovaglie, biancheria sopra la cassapanca e i pedestali dei busti di marmo. Il contatto con il corpo del suo cane gli trasmesse una vibrazione che sembrava di altri anni,da quando viveva nella casa lontana, che a tutti gli effetti continuava ad essere la sua. Guardò attorno e decise che le finestre continuarebbero chiuse oggi fino tardi, per trovare quel sapore che aveva il suo solitario esilio.
Ricordò la bottega dove un manoscritto arabo gli aveva rivelato immagini colorate di un fosso che potrebbe essere il cratere di un vulcano, con immagini di esseri umani nelle più variete posizioni. Quella bottega si alzava in mezzo delle notti proteggendolo delle sue insonnia. Lui non si era disinteressato di quella stampa, ma non era d’accordo con il suo carattere -immagini di un’anima erètica-, dove non si distinguevano relazioni tra le posture e l’identità delle persone.Per il contrario,i dipinti della Madonna, con luci da dietro di una montagna, o quella di un gruppo di angeli intorno ad un centro di luce, avevano quella imprescindibile armonia di significati che non c’era nella rappresentazione musulmana.
Dopo quella scoperta di che soltanto quando gli asse si tracciano adeguadamente le composizioni sembrano appropriate,ha cominciato a invaderlo un mondo immaginario di forme che si aggiustavano interamente ai suoi pensieri.Il vulcano solitario appariva nei suoi sogni ma, poco a poco, si fu popolando con immagini più chiare che sembravano appartenere ad un quadro.
Acarezzò con le sue dita la schiena del cane sentendo le sue ossa.L’animale è rimasto come sempre, fermo, aspettando i segnali del padrone per dare inizio alla giornata.
Erano, senza dubbio,molto più gli amici e i conosciuti lontani o sparsi, che quelli che c’erano dietro la porta alta e silenziosa che oggi non voleva aprire. Neanche l’uomo sentiva nessun bisogno di alzarsi. C’erano delle forze che lo immobilizzavano. Sono tra tre mondi:questo sogno del vulcano spento,la corrispondenza con gli amici che mi permettono contribuire con gli obblighi del partito e le ombre luminose che si organizzano attorno Beatrice.
Al mattino, di solito, leggeva ad alta voce i testi che aveva scritto la sera precedente, apprezzando inoltre del senso,il ritmo e la musicalità, sottoporrendoli ad una lotta tanto o più ardua che quella che ricominciava ogni giorno con arricchiti argomenti per non perdere la vigenza politica.Ma da tempo ,pensava che non si sentiva interamente rappresentato dai sonetti, le ballate e le sestine;non godeva dei suoi motivi,poco ambiziosi e generici.Percìo, quando si coricava vinto dalla stanchezza, guadagnava spazio il vulcano con i suoi morti incrostati nei muri.
Mio Dio Tuttopoderoso! -ascoltò la propria voce l’uomo nella stanza- vuoi che queste immagini abbiano corpo nell’aria e per tanto le fai vedere tanto forte che quasi non mi lasciano ritornare alla poesia. Tu mi hai indicato il mio destino di poeta e forse tradìi il sacro esercizio dedicato a celebrare amori carnali.Dovrei adarmene per quel mondo tuo senza onori,senza il rispetto dei cittadini, senza denaro, senza il tranquillo amore di mia moglie e dei miei figli,solamente accompagnato da questo animale che è tanto vecchio che non saprebbe cercarsi un’altro padrone. Se è la tua volontà , per lì andremo Signore.
L’uomo si alzò come chiamato dalle carte che erano sopra il tavolo, quelle che si resistevano ad essere concluse. Non posso lasciare la poesia, così come non posso lasciare la vita.Il mio confessore sa che se ho sopportato la perdita di Beatrice è perchè sento che lei si manifesta impetuosamente come musica e parole tra le mie carte. Gemma e i bambini,sono lontani. Ma è il passato, lo stesso che la distanza, quello che si mette in questa stanza come una nuvola.
La testa gli cadeva sopra il petto nello stesso momento che finiva la luce della candela; tornò con difficoltà a letto. Il cane, adesso sotto il tavolo, lo guardava. Quando l’uomo si coricava,prima che arrivasse il sonno, si illuminavano le immagini del mondo che da fuori sembrava spento, ma che per dentro, era al rosso, con immagini riconoscibili e ordinate d’accordo ad un crescente equilibrio, quasi inesprimibile come il ritmo di un verso.Immagini di esseri che erano morti ma che conservano le essenze del corpo. Adagio e con illusione, come uno sconosciuto che passeggia in qualche parte della piazza e della via con il suo cesto di statuette o sete e le offre tagliando il passo per vendere, così se gli presentava il mondo delle immagini di pietre. E questo lo lasciava molto teso e con una inquietudine che la paragonava con quella di un uomo che si sente morire e deve lasciare conclusa una missione che è assolutamente indenegabile. Le immagini aspettavano sempre nell’ultima posizione in cui le aveva lasciato. Una curiosità era che mai aveva potuto includersi come di loro.Fu cosciente di questo ed anche che in tutti i quadri lui restava fuori dalla cornice.
-Dio!; se mi distrago dal sonno, il sonno sparisce. Ma, ¿a chi gli serve così com’è?
Importarebbe di più alla città che potesse ritornare e le convezioni del partito,che assumessi le ambasciate tra il pontifice e i ribelli ed anche la letteratura toscana ,che continuasse con i mie canti di dolce stile.
Il cane grugnì stranamente gli ha detto delle parole che una volta cominciate era difficile finirle .Il compagno inseparabile sembrava che aspettava l’ultimo alito sotto il letto: lo agitavano convulsioni che il pavimento di legno amplificava.
L’uomo pensò che le immagini che erano sotto il vulcano dovevano aver movimento anche dopo la morte perchè soffrissero o godessero quello che meritavano in quel secondo mondo.Percepì la respirazione faticosa del cane che tremava in una lotta che per la sua età era senza speranza, ma nella qualle lui metteva tutte le sue poche forze. Abbassò la mano e si lascio leccare a lungo. Da diversi giorni il cane non mangiava quasi niente. L’uomo pensò malincolicamente che fra poco tempo dovrebbe seppellire l’ unico essere vivente che compartiva la casa. E che sarebbe una morte neutra, senza lotta di demoni, necessaria perché non si vedesse la tristezza della sua morte. Tornò alla composizione di uomini, adesso non più immobile, ma girando la testa quando scoprivano il passo di un contemplatore che veniva a trovargli. Riconobbi come inconfondibile l’immagini di quel visitante e sentì qualcosa come un carro senza cavallo al quale gli tolgono il sasso di davanti e se precipita in una discesa interminabile.
Nel pomeriggio l’uomo è riuscito sbarazzarsi di libri e carte in bianco che crollavano dai muri della Basilica.Se ne è accorto che quell’ illusione che aveva creato in un principio erano soltanto sagome e ombre senza differenze, dove era difficile trovare un conosciuto,si presentavano uomini che erano d’altri tempi, ma che venivano con il suo nome unito alla sua apparenza. Guardò sotto il tavolo e percepì che aveva concluso l’agonia del cane. Doveva portarlo dietro casa per proteggerlo dagli uccelli rapaci .
Il lavoro con la pala che non era sicuro fosse il più adeguato gli è riuscito più difficile di quello che lui pensava. Senza dubbio non sapeva lavorare con la pala e aveva bisogno di fare un pozzo grande per compiere il suo obiettivo.
Per un attimo molto fugace il pozzo gli ricordò il vulcano ed ogni palata di terra gli sembrava che aveva attaccate alle zolle le immagini che la sua immaginazione perfezionava. Mai si erano corporeizate come adesso nelle posizioni rivelatrici delle sue storie. Quando finì il pozzo depositò teneramente il corpo del cane, rigido come un legno. Pensò se sarebbe un’ eresia dire qualche parole. Non le ha dette e gli occhi se gli riempirono di lacrime.
Mentre tornava alla sua scrivania ebbe la sensazione che caricava il suo corpo sopra le spalle. Se ne accorto che non voleva più scrivere poemi brevi, come fino adesso. Raccolse le carte con i poemi, le mise una sopra l’altra e, come le lettere già risposte finirono dentro la cassapanca. Il suo volto era teso come si preparase un attacco. Collocò sul tavolo un bel mazzo di carte bianche, che giorno dopo giorno, teneva da parte senza sapere la causa. La poesia che le aveva dato tanto onore, veniva di quelle emozioni che lui coltivava con la accettazione piacevole dai suoi amici perchè qualcosa di simili,più ricco o più povero avevano vissuto ognuno di loro.Il fatto con cui si metteva di fronte adesso era diverso. Con la piuma ferma,appoggiata che quasi si rompeva, sentì che lo aspettava uno sforzo sconosciuto per lui e i suoi amici. L’illusione, quella che gli sarebbe piaciuta togliersi dalla testa con le due mani e portarla negli intorni di Firenze perchè fosse modello e i cittadini potessero percorrerla con profitto,forse più che quello del giubileo santo di Bonifacio, voleva adottare vita propria infilandosi per un posto che fino adesso no gli era venuto in mente:l’inchiostro della sua piuma. Pensò molte volte che sebbene corrispondeva alla poesia una missione come quella delle Crociate erano interminabili le gallerie di libri che gli facevano capire quanto lontano era della sapienza che avrebbe bisogno come una gola di una bestia piena di silenzio che si apre di più ad ogni passo. Un’opera come una scultura intagliata con punti sospensivi e che esisteva per pura tensione come la di una bestia pronta al salto; un’opera con le parole nella lingua che usava nello scenario dove la forza serve di più, nella politica;un’opera che svegliase nella sua memoria in ogni angolo di Firenze. Anche gli scrittori antichi, che lui venerava nelle loro lingue originali, entrarebbero in quella costruzione di luci e ombre parlando toscano.Lui aveva sentito il piacere del sognatore che non ha nessuna urgenza di mostrare le sue immagini alla luce del giorno. Adesso, invece, lo faceva tremare un ritmo, qualcosa gli succedeva quando era nelle prime immagini di un poema.
Sentì una solitudine immensa nelle braccia, le gambe e il ventre. L’unico che esisteva nel mondo era questa piuma. Le case, le strade, i volti, prendevano forma girando sopra questa come sopra un asse. Sentiva che si trovava nella parte più alta di una ruota. E che rimarrebbe intrapolato sollevando quello che cominciava a prendere vita nella sua testa. Guardava da un’altezza che lasciava ogni raggio di luce sopra i tetti. Sapeva che se faceva il primo passo si aprirebbe un interminabile orizzonte da conquistare. Nel mezzo del cammino della nostra vita,scrisse. E si lasciotrascinare dall’alluvione di quell’ altro mondo che cercava d’ introdursi in questo.
Nel mezzo del cammino (Il libro dei suicidi, di Leonardo Garet, 2005). Traduzione: Oncelí Barreda de Armani
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Oncelì Barreda de Armani, Salto (1951). Docente uruguaya e italiana (con título homologado). Postgrado en F.de Humanidades y C. de la Educación en enseñanza-aprendizaje de Italiano como lengua extranjera. Algunas traducciones realizadas: Libro bilingüe de Memorias de piloto ex combatiente 2ª guerra mundial. Protocolo de Kyoto. Proyecto Olivo. Simultáneas para organismos oficiales con empresarios italianos. Para estudios Rauschert. Artículos del Corriere della Sera. Incisoria Luca Armani.
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